By Paolo Bolpagni

Polo Bolpagni dal testo per O-One 2011 Festival dei due Mondi Spoleto.

“……La riflessione sul tempo è uno degli snodi fondamentali della poetica di Raul Gabriel, del suo fare e pensare arte. Un fare e un pensare che in lui collimano, s’incontrano e si corrispondono.

L’essere, l’accadere e il divenire come sinonimi.

La volontà di dire qualcosa, di affermare una visione, di esprimere un contenuto, meditando sul significato di sé e di ciò che si crea.

Senza ripiegamenti: lontano anni luce dalla paresi, dalla disincarnazione del Concettuale. Anzi, qui c’è materia, c’è corpo, c’è sangue.

Un’operatività molto magmatica, di chi pone e si pone interrogativi, ma non per questo rinuncia al fare; al contrario, Raul Gabriel accetta di sporcarsi le mani, vuole sporcarsi le mani. Non si vergogna di commuoversi, di arrabbiarsi, d’infervorarsi.

Non è spontaneismo, è vita. Un rovello artistico, ma credo anche esistenziale, e spirituale. Ché alla base di tutto, in lui, non è un ragionamento puramente estetico, ma la volontà di legare in maniera stretta la riflessione artistica con quella escatologica e cosmologica, così che ogni gesto abbia una precisa rispondenza nell’ambito di una ricerca più generale di senso….”

Paolo Bolpagni,  dal testo per Topos-Tomie , Fondazione Umbra Architettura Perugia 2012

Atlanti di anatomia del segno di Paolo Bolpagni Raul Gabriel è un artista singolare: come, prima di conoscer- lo, credevo ne esistessero ormai pochi, o non ce ne fossero più. A uno sguardo superficiale potrebbe persino sembrare eclettico, se non dispersivo. Ovvio, non è così, anzi; ma la sua apertura di interessi e la complessità di realizzazioni, a fronte tuttavia di un’assoluta unitarietà di pensiero, fanno sì che il gallerista frettoloso, il modaiolo frequentatore di fiere, l’appassionato nutrito di riviste patinate e fintamente d’avanguardia stentino magari a cogliere subito il cuore della sua essenza creativa. Raul Gabriel possiede una strutturatissima impostazione scientifico-razionale, ma insieme è un fascio ipersensibile di intuito e di esplosività dionisiaca; è un mistico, ma un mistico della corporeità; è nato come musicista nell’ambito della sperimentazione jazz, ma poi ha trovato la propria “casa” nella pittura; e contemporaneamente, in maniera tutt’altro che collaterale, si misura con il video (lo straordinario Xfiction, per esempio), con la performance, con il disegno, con il libro d’artista, con l’architettura, con la progettazione di oggetti liturgici. La sua produzione è un’apoteosi del pensiero umanistico. In quest’epoca di iper-specialismo, di parcellizzazione del sapere e dell’operare, Raul Gabriel è un elemento di contraddizione, una pietra dello scandalo: ci indica che un’altra strada è ancora possibile, anzi, che è necessaria per riprendere la via dell’autenticità.

Tempo fa definii “neomedievale” il suo atteggiamento, non certo sulla base di considerazioni stilistiche o tipologiche, né tanto meno con lo scopo di ascriverlo ad anacronistici revival, ma in ragione della costante attenzione dimostrata per la materia, il gesto, il simbolo, che rivestono per lui una precisa significazione, un rimando profondo; mentre oggi mi piace richiamare l’immagine dell’artista-pensatore-scienziato rinascimentale, cui nulla è estraneo. Per Raul Gabriel vale il bellissimo detto “homo sum, humani nihil a me alienum puto” di Terenzio, tanto caro agli umanisti di ieri e di oggi. L’ispirazione della mostra “TOPOS-TOMIE” è venuta proprio dalla volontà di riacquistare uno sguardo d’insieme, di cogliere la realtà in quanto luogo di reciproche rispondenze e di manifestazione di un senso unitario. Il filo conduttore e il nocciolo del discorso stanno nel segno: segno come fattore generativo del visibile, che costruisce il mondo, gli dà forma, articolazione, consistenza; e segno come facoltà tangibile dell’operare artistico, carisma e vocazione per eccellenza del suo esserci. Raul Gabriel ha cercato di appropriarsene, di assumerne in sé le varie e sfaccettate valenze, quasi di personificare tale concetto, e di palesarlo con la forza di un’intuizione basata sulla lettura comune – attraverso il segno, appunto – di due identità: quella della città e quella particolare dell’organismo umano.

Analizzate, sezionate, anatomizzate, e restituite in una sorta di mappa, di atlante di un’inedita geografia del luogo e del corpo, che vengono così a coincidere: ecco dunque che, nei lavori plastici come nei disegni e nei dipinti (ma anche nei video), le vene e i nervi diventano strade e percorsi, i flussi urbani e le scansioni viarie elementi di un sistema circolato- rio e linfatico, i semafori – presenza ordinaria e inosservata quant’altre mai – gli snodi di una diastole e sistole continue. Una simile prospettiva schiude numerose interpretazioni possibili sulla dimensione fisiologica, quasi ormonale, della città, e al tempo stesso sulla natura architettonica della complessione biologica. Siamo lontanissimi dal Post-Human; al contrario, riconosciamo la tensione d’apertura verso una riunificazione, o fosse pure soltanto un riavvicinamento dei saperi. Raul Gabriel riesce a creare un parallelismo estremamente rivelatore tra anatomia e topografia, tra dissezioni e assonometrie, tra edifici e organi del corpo, alla luce del comun denominatore del segno, fattore passepartout e connettore di tutte le arti visive, anzi delle “scienze umane” nella loro totalità. Un segno, lo sottolineo, che non è preso di per sé, quale entità autonoma e incondizionata, bensì nelle sue facoltà costruttive ed espressive insieme.

Le sintassi dei ritmi, degli addensamenti, delle espansioni, dei frazionamenti, delle linee-forza del tessuto urbano e dell’organismo biologico finiscono quindi per rivelarsi omogenee, ma tale somiglianza non è semplicemente “concettuale”, né limitata al rango di metafora simbolica. È un’attinenza molto più innervata, che interessa la strutturazione delle due dimensioni: una vera questione linguistica trasversale e a tratti intercambiabile, che apre a una visione unitaria dei processi mentali e progettuali. Nell’istante in cui città e corpo si traducono in “scrittura” (gestuale e segnica), automaticamente generano un codice, che si propone alla decodifica. E il meccanismo medesimo di decodifica produce un altro codice, in una concatenazione che, in teoria e in potenza, è infinita. L’identità del reale, nelle TOPOS-TOMIE di Raul Gabriel, si esplica come un costante nascondimento nel momento stesso del palesarsi. Da ciò scaturisce la vitalità dell’inestinguibile ricerca, dell’interrogazione sul senso del nostro vedere, del nostro pensare, del nostro esistere.

Paolo Bolpagni

Paolo Bolpagni è uno storico dell’arte, critico, curatore e docente
universitario. Si occupa di arte dell’Ottocento e Novecento,
e di contemporanea. È considerato uno dei massimi esperti dei rapporti tra arti visive e musica. È autore di una ventina di libri
e cataloghi, e di oltre duecento pubblicazioni tra saggi, articoli
e altri testi. Cura mostre in musei importanti, collabora con riviste specializzate e tiene conferenze in tutta Italia. Nel 2009, in qualità
di direttore del museo, ha progettato il nuovo allestimento della Collezione Paolo VI – arte contemporanea. È uno dei primi storici dell’arte a usare ampiamente i new media: ha creato nel 2011
un canale YouTube di grande successo, “Regola d’arte”.
È il vincitore del Premio Sulmona 2013 per la storia dell’arte.

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