Cube

Raul Gabriel CUBE,

di Alberto Dambruoso

CUBE

Raul Gabriel, che seguo con continuità da qualche anno, è a mio parere, uno di quegli artisti che esprimono al meglio la più stringente ricerca artistica contemporanea anche per quel suo essere indefinibile, inafferrabile e per questo anche inclassificabile sotto le comuni etichette di pittore, performer, scultore, video-artist e via dicendo, tanti sono stati finora gli sconfinamenti e i mescolamenti linguistici che troviamo condensati nelle opere realizzate fino ad oggi.

I suoi differenti approcci all’arte, ora di tipo linguistico – sociologico ora storico-antropologico, la propensione nel rendere l’opera d’arte un evento di natura fisico- mentale, le sue molteplici modalità d’intervento esecutivo, ne fanno un artista davvero imprevedibile con un atteggiamento nei confronti dell’arte spesso capriccioso, come quello di un bambino che si diverte a fare dei dispetti alla percezione teoretica collettiva.

I suoi lavori sono sempre pensati per aprire ad una riflessione su problematiche attinenti la realtà sociale, il rapporto arte-tecnologia, la percezione di ciò che ci circonda o che oppure si cela ai nostri sguardi.

Nel progetto della mostra di Perugia, Gabriel ha cercato di apportare uno sguardo angolare sul rapporto ancestrale che lega l’uomo alla pietra, materialmente e simbolicamente colta nella sua dimensione costruttivo-abitativa : due enormi parallelepipedi di marmo travertino si fronteggiano a pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Un cubo (Alien) composto da quattro lastre di marmo perfettamente levigato e traforato da una serie di cerchi spiralici, si impone nella sua volumetrica spazialità su una piazzetta nel cuore del centro storico di Perugia, ben integrandosi all’architettura circostante. L’altro cubo (Arcaic) che invece si presenta sotto forma di blocchi scomposti di lastre di travertino di risulta ammassate l’una sull’altra come un tempo si costruivano le prime abitazioni umane, è stato posto dall’artista all’interno dell’ex gipsoteca Cappelletti facendo ritornare così in vita un luogo nato per la lavorazione e la conservazione delle statue marmoree e i calchi di gesso.

Queste opere, ideate e realizzate in occasione del Festival Internazionale dell’Architettura a Perugia, nascono con l’intento di far attuare una sorta di corto – circuito nel pensiero dell’osservatore. Esse rappresentano metaforicamente le due anime della Città di Perugia, quella arcaica, segreta, luogo in cui è riposta la sua memoria e quella moderna-contemporanea che si innesta col suo carico di presente nel tessuto cittadino.

ll cubo tecnologico-futuribile si offre spoglio, nella sua nuda essenza. Percorribile dentro e fuori, si mostra in tutta la sua finissima lavorazione. Quello arcaico invece, si trova all’interno, in un posto buio e si presenta raccolto in se stesso come fosse uno scrigno al cui interno sono custodite delle memorie lontane.

Gabriel pone in questo modo lo spettatore di fronte ad una scelta, ad un inevitabile bivio da prendere: vecchio o nuovo? antico o moderno? memoria o presente? Da cosa siamo più attratti? Dalla pietra liscia perforata e disegnata da macchinari iper-tecnologici oppure dalla visione primordiale, arcana e segreta del cubo grezzo dal cui nucleo si odono fuoriuscire luci e suoni primigeni?

Alberto Dambruoso

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