O-ONE

Raul Gabriel O-ONE

di Paolo Bolpagni

Fin dagli inizi, guardando alle irraggiungibili distanze dell’infinito, l’uomo si è posto le grandi domande: che cos’è il tempo? che cos’è lo spazio? che cos’è la vita?

Attraverso secoli di civiltà, filosofi e scienziati hanno offerto innumerevoli risposte, ma l’incognita resta tale, e ogni vivente deve scoprirne in sé il segreto.

La fisica c’insegna che nulla muore ma soltanto si trasforma, che il tempo stesso non trascorre ma s’incurva intorno a noi, e che quelli che noi chiamiamo passato e futuro ci sono accanto, assieme, per sempre. Oltre i limiti estremi di ogni conoscenza ha vita ogni cosa nell’universo, e la realtà più autentica è da ricercarsi piuttosto con l’intuizione creatrice e la sensibilità che non attraverso gli strumenti della tecnica e del raziocinio. Perché, come scriveva John Keats, “la bellezza è verità, e la verità bellezza: questo è tutto ciò che voi sapete in Terra, e tutto ciò che vi occorre sapere”.

Il tempo. Il tempo è com-presenza: il prima, l’adesso, il dopo – o meglio: gli infiniti prima, gli infiniti adesso, gli infiniti dopo – racchiusi in un punto senza dimensioni. Il tempo non è, così come l’eternità non è mai cominciata, ma è sempre stata. La scansione degli “spostamenti” (ovvero delle mutazioni di spazio che ci danno l’illusione di questo presunto “scorrere”) non è altro che il coesistere in una forma mobile ma definita della medesima identica cosa. Gli “spostamenti” si verificano, ma “coincidono” in se stessi.

(Difficile proporre qui, per me, un testo di presentazione. Quello che di solito si richiede al critico, per cui lo si interpella.

Non è il caso di ricorrere al mestiere, di essere accattivanti, piacevolmente colti. Un’altra volta.

C’è in gioco altro: trovare la via, la radice, l’oone.

Il suffisso oo- rimanda all’idea di “uovo”, di origine)

La riflessione sul tempo è uno degli snodi fondamentali della poetica di Raul Gabriel, del suo fare e pensare arte. Un fare e un pensare che in lui collimano, s’incontrano e si corrispondono.

L’essere, l’accadere e il divenire come sinonimi.

La volontà di dire qualcosa, di affermare una visione, di esprimere un contenuto, meditando sul significato di sé e di ciò che si crea.

Senza ripiegamenti: lontano anni luce dalla paresi, dalla disincarnazione del Concettuale. Anzi, qui c’è materia, c’è corpo, c’è sangue.

Un’operatività molto magmatica, di chi pone e si pone interrogativi, ma non per questo rinuncia al fare; al contrario, Raul Gabriel accetta di sporcarsi le mani, vuole sporcarsi le mani. Non si vergogna di commuoversi, di arrabbiarsi, d’infervorarsi.

Non è spontaneismo, è vita. Un rovello artistico, ma credo anche esistenziale, e spirituale. Ché alla base di tutto, in lui, non è un ragionamento puramente estetico, ma la volontà di legare in maniera stretta la riflessione artistica con quella escatologica e cosmologica, così che ogni gesto abbia una precisa rispondenza nell’ambito di una ricerca più generale di senso.

La nostra situazione attuale è critica. Improntata all’instabilità, all’esaltazione dell’effimero e dell’appariscente a discapito del genuino. Ma è proprio in una congiuntura del genere che possono paradossalmente affiorare i germi di una via originale per l’arte. Ci troviamo in un frangente in cui la frantumazione, il polverizzarsi di princìpi in mere opinioni contrapposte priva d’ogni punto d’abbrivio (oltre che di approdo) chi in questa precarietà nasce e opera.

A chi avverta in sé l’urgenza del comunicare, del configurare esteticamente il proprio universo interiore manca non soltanto un linguaggio dato a priori, ma persino un “alfabeto” condiviso. Ciascuno è posto di fronte a una scelta basilare e terribile, laddove le generazioni precedenti partivano da un vocabolario acquisito, che poi magari sovvertivano e rivoluzionavano, ma che costituiva pur sempre un chiaro orizzonte di riferimento. Essere artista, oggi, è più difficile.

L’impasse è provocata probabilmente, in buona misura, dalla caduta in due opposti estremi: l’appiattimento sulla fatua facilità di una spettacolarità superficiale; e l’antitetico ritrarsi nella dimensione del soliloquio. Che spesso si traduce nella dispersione dell’idea originaria nei mille rivoli di una maniacale ossessione per il dettaglio, in sé perfetto e compiaciuto, ma slegato dall’insieme, o accostato senza necessità interiore ad altri infinitesimali granelli di un pulviscolo di piccole trovate. Intelligenti, ma aride.

Infine, va additata quella diffusa concezione che, sull’onda di una scientifizzazione più o meno consapevole, fa dell’attenzione al medium e alla tecnica la ragione suprema del creare. Se così veramente fosse, sarebbe nel giusto chi parla di fine dell’arte, considerato il “quasi totale esaurimento delle possibilità di scoperta di nuovi tipi fondamentali”, come scriveva George Kubler nell’ormai lontano 1972. Nulla di originale e valido potrebbe esser più realizzato, perché non vi sarebbe alcunché d’inedito e mai sperimentato da scoprire e inventare. Ma l’arte non si riduce a un fatto stilistico, manuale, tangibile; essa è anche, e non secondariamente, una manifestazione spirituale, o psicologica che dir si voglia. Del resto, chi si reputa “aggiornato” e al passo con i tempi per il solo fatto di concentrarsi sullo sviluppo del mezzo e del linguaggio dimostra una visione distorta e limitante del compito creativo.

L’evoluzione dell’arte non è mai scaturita dalla materia in sé e per sé, bensì dalla volontà espressiva di coloro che se ne sono serviti, e da questo punto di vista le possibilità erano e saranno infinite.

Perché l’originalità e la qualità di un’opera non si misurano in base al suo grado di audacia, di innovazione tecnica, ma dipendono dalla sua condizione di intrinseca necessità.

 

Che cos’è O-one di Raul Gabriel? È un invito alla meditazione, a lasciarsi trasportare interiormente.

O-one è insieme cellula e cosmo, terra e astrazione, concetto e materia. Un ossimoro video, e l’insinuarsi di un dubbio: se l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande non siano che accidenti diversi della stessa sostanza.

L’olio. Un liquido dalle caratteristiche uniche, che accompagna e veicola la dimensione del religioso in molte culture, ponte tra spirito e corpo (la parola ponte, nella lingua italiana, è spesso una metafora, perché esprime il varco, e con esso il volo; ed è metonimia, cioè qualcosa che “sostituisce”. Parola carica di sacro: il pontifex, il facitore di ponti, è il massimo sacerdote…).

Un divenire che è fermo (e torniamo al paradosso del tempo com-presente), un’installazione video che dura ininterrotta.

L’idea di O-one è quella della trasmutazione delle cose, e anche dell’esclusione della “cronaca” in favore di una riflessione diretta e senza intermediari.

L’assoluto che si incarna nell’arcaico e nel futuro, insieme.

Il filo d’olio rappresenta il principio di un’incessanza, di una persistenza, di una perennità. Un flusso senza soluzione di continuità, in movimento immobile. Una metafora del contrasto soltanto apparente tra essere, accadere e divenire.

O-one: un cerchio-sole, non di luce, ma di “terra”. Eppure così metafisico.

Curiosità per la materia. Ma la scommessa è il punto di vista “artistico”, ovvero decontestuale. Imparare a vedere, imparare a guardare, imparare a riconoscere e riconoscersi: l’autentico compito che Raul Gabriel si pone.

Paolo Bolpagni

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