Raul Gabriel, Cerchi di Grana a cura di Gianluca Marziani, Studi Casagrande Roma

CERCHI DI GRANA

Gianluca Marziani

Tre cerchi in sequenza verticale

Bianco che diventa sempre più bianco

Livelli di saturazione cromatica estrema

Nero che diventa sempre più nero

La regola: il verde, il giallo, il rosso

L’arte: altri colori che creano il cortocircuito

Cromie insospettabili e inaspettate

Variazioni libere su scale cromatiche aperte

Temporizzazioni dinamiche e alternative

Un semaforo che lampeggia e vive in modo anormale

Un’apparizione misteriosa nello spazio espositivo

Un totem simbolico dai molteplici

risvolti analitici

Il semaforo come spunto per riformulare la realtà

La realtà che si trasforma in una scultura

Pittorica

L’attuale progetto di Raul Gabriel gira attorno ad un oggetto, il semaforo, che da elemento funzionale della vita urbana diventa reattore di misticismi cromatici, una polifonia tonale a tre voci armoniche. L’artista lo ha scelto per la sua essenzialità universale, per la capacità di “parlare” a chiunque con regole pure e dirette. Da qui l’inversione della tipicità cromatica (verde, giallo, rosso) in un meccanismo visivo dalle mutazioni continue, potenzialmente infinite. Gabriel ha intuito le qualità mistiche del più diffuso totem urbano, ribaltandone il senso da “forma impositiva” a “forma ispirativa”. Il semaforo si esplica così su direzioni parallele: il linguaggio video che ribalta l’oggetto fisico con la fluidità della manipolazione digitale; la pittura, e la sua involontaria astrazione, che nasce da modi essenziali ma calibrati, da movimenti liquidi simili a calligrafie giapponesi su fondi sottili; e poi c’è il linguaggio installativo, visualizzabile con veri semafori che cambiano la triade cromatica in una nuova orchestrazione estetica.

Ripartiamo dal grado zero per capire meglio alcuni passaggi elaborativi. L’embrione progettuale riavvolge così la memoria al cerchio, forma conclusa che gli artisti hanno sempre indagato in modi eterogenei. Dalle perfezioni sublimi di Giotto e Piero della Francesca, maestri di geometrie interiori e rapporti matematici tra le parti, fino alle installazioni naturali di Richard Long, alle lastre mastodontiche di Richard Serra, ai pois lisergici di Yayoi Kusama, ai bolli farmaceutici di Damien Hirst… il cerchio rappresenta uno spunto geometrico da applicare al reale, alla natura e alle evoluzioni tecnologiche, alle persone e ai loro stadi emotivi. La forza artistica del cerchio risiede nella sua narrazione quasi mai didascalica ma stratificata, simbolicamente densa. Una geometrica alchemica, metafisica, ad alta caratura filosofica e morale. La letteratura attorno al cerchio si estende per meandri sconfinati, deborda oltre il realismo, ci porta verso le galassie e i buchi neri, le stelle e i pianeti. Fino alla più ovvia delle conclusioni, l’ano come primo e ultimo degli orifizi, cerchio ancestrale dove la vita si rigenera.

Dal cerchio partono molteplici geometrie urbane: pensiamo alla piazza, fulcro irradiante della vita collettiva; alle ruote dei veicoli che pestano l’asfalto stradale; alle colonne di varie epoche coi loro stili

variegati; alle cupole di chiese e basiliche; ai rosoni; ai bersagli; ai fari che illuminano luoghi e ambienti; a bracciali, anelli e collane; alle manette; agli orologi; ai tachimetri di tutti i veicoli; ai piatti e bicchieri in cui beviamo e mangiamo gli ingredienti più eterogenei… cerchio come segno funzionale del dinamismo ma anche cuore meditativo, innalzamento e discesa, ingresso e uscita, pausa e rallentamento… cerchio che avvolge e chiude, ruota e scorre, bascula e scivola… cerchio fermo ma mai immobile, quasi che una forza primordiale lo governasse dall’interno… cerchio come gli strabilianti e misteriosi cerchi nel grano, punta sublime di arte ambientale dalla firma nascosta ma probabilmente collettiva… cerchi che adesso si

trasformano in cerchi di grana, ovvero, circonferenze ad alta intensità luminosa che si alimentano coi propri pixels, quei chicchi a tre colori (verde, rosso, blu) con cui sintetizziamo il nostro tempo videotelevisivo.

La mobilità cromatica è qui accompagnata da suoni elettronici che nascono dalla strada caotica, dal rumore urbano, dal cuore vitale della metropoli. L’artista, similmente ai processi visuali, comprime e dilata il sonoro, rumorizza le sensazioni, campiona il vero con grammatiche progressive e mutanti. Senti una riuscita combinazione tra enfasi ed essenzialità, morbidezza e cacofonia, fluidità e incastro. Ripenso al passato di Gabriel come musicista sperimentale, alla sua attitudine per un suono che costruisce edifici sensoriali, spazi in costante deprivazione armonica, luoghi digitali attorno ad un corpo che ascolta non solo con le orecchie. Lo scatto coerente dell’autore riguarda proprio il passaggio del suono ad una dimensione più architettonica: ed è ciò che avviene col progetto in corso, quando il rumore si trasforma in rumorismo concreto eppure metaforico, specifico eppure astratto, semplice eppure inestricabile.

La mostra è un viaggio tra atmosfere rarefatte, nebulosità gassose, dissolvenze che raggiungono intense saturazioni cromatiche. Su tre pareti si dispongono le proiezioni di altrettanti semafori coi loro tappeti sonori. Ora una dissolvenza nel nero, un’eclissi di sole che rende l’atmosfera una sorta di colla bituminosa, un crudele buio in cui cerchiature nere si sovrappongono ai tipici occhi del semaforo. In alternanza al nero l’artista ha voluto un bianco accecante, privo di riferimenti terreni, liquidamente impalpabile come un infinito da incorniciare. Nero e bianco, bianco e nero, energie opposte e sovrapponibili, flussi irreali in cui gli stessi suoni creano dimensioni tra loro complementari. Il nero gonfia l’incombenza, crea pathos drammatico e tensione sensoriale. Il bianco agisce su scie astratte dai ghirigori psichedelici, ti avvolge nelle sue spire spaziali e nevrotizzanti. Nero e bianco, bianco e nero, variazioni sul nero, variazioni sul bianco: è il semaforo che non si ferma come il flusso della vita, continuando all’infinito nel suo loop antropologico.

Il progetto di Gabriel potrebbe esser riassunto in una frase: ciò che resta del semaforo, ovvero, immagini che nascono dal reale ma appartengono alla nostra mente, ai sogni più astratti, ai viaggi sensoriali dove la realtà si libra in uno stadio di coscienza iperstimolata. Immagini che abbiamo già visto ad occhi chiusi, quando la luce crea impulsi dai volumi embrionali e cavernosi, plasmando la materia in modo

organico e, appunto, “impulsivo”.

Assieme alla videoinstallazione c’è un parallelo percorso pittorico di quadri con fondali dalle monocromie piatte. Un trittico, il più recente e per certi versi più estremo, si basa su tre telai bianchi con una triade nera di segni verticali su ogni pannello. Piccolo dettaglio: il segno non viene dal colore applicato ma da frammenti di buste per la spazzatura, quelle che tutti noi maneggiamo nei nostri secchi domestici. Ovvio ma non scontato pensare al riciclo della vita urbana: semafori in azione nei video, rumori stradali che completano la ripresa e la sua elaborazione, brandelli di altra “spazzatura” che diventano segno e materia.

Altri video e altri quadri aprono lo spettro cromatico in modo liberatorio. Rosa pastello, verdi smeraldo, rossi terrosi, grigi argentati… il semaforo entra nello spettro aperto della città, assume i colori di abiti, carrozzerie, insegne, vetrine, oggetti, divise, feticci, arredi urbani…

I quadri di Gabriel vivono di pura pittura e rendono il semaforo iniziale una radice lontana, una sottile

ispirazione che conduce il colore sul confine tra figura e componenti astratte. Proprio laggiù, su quell’indefinibile diaframma tra nature viventi, il semaforo si trasforma in ossigeno, pelle, sguardo, corpo, movimento. Ognuno di noi vive dentro le intermittenze luminose dei video, della pittura, delle installazioni. Luce e suono descrivono, senza dirlo, la nostra vita, le nostre passioni e paure, le accensioni sensoriali, i flussi sanguigni, le digestioni, le tensioni nervose e muscolari.

La città e i corpi respirano dentro le visioni luminose di Raul Gabriel. Tutto galleggia in sospensione, si libra senza peso apparente. Finché uno scooter, simbolo epocale della città rapida e caotica, compare a ricordarci dove siamo, quanto pesiamo, come ci spostiamo in avanti. Un veicolo che ricolloca l’operazione nella giusta dimensione terrena ma con uno scarto improvviso: un lato dello scooter sta colando come una melma lavica. La liquefazione degli scarti urbani e il mistero alchemico hanno così colpito anche il motoveicolo. E il risultato ci porta ad una sola, possibile risposta: nulla è mai ciò che sembra.

Gianluca Marziani

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